Truly bizzarre radiation hazard from Tokyo

La difficile impresa.

Ormai atterrato a Tokyo da due settimane.

Tokyo città dolente, protagonista di un esodo di massa prodotto dal pericolo atomico. Tokyo verso l’abbandono, nuova Pripyat. Acqua contaminata. Elettricità assente. Godzilla, là, sullo scenario della catastrofe.

E invece no. Tutt’altro.

In verità, la prima cosa che si coglie, una volta atterrati a Tokyo, non è quel senso di minaccia e di tormento che i media europei diffondono (neanchepiùtantoadesso) da settimane. Piuttosto, come accade in ogni approdo, si nota la progressiva alienazione di cui si è vittime, inconsapevoli, in quanto nuovi arrivati.

Si comincia col protocollare mentalmente la schiacciante presenza degli ideogrammi, quei cosi là, quelli un po’ strani che ci piace far finta non siano intelligibili per cercare di non incrinare oltre una logora illusione di un occidente universale – un bizzarro ossimoro che, a dirla tutta, non ha mai convinto realmente nessuno.

Dogana, stop. Dita in mostra, o meglio, in posa. Accade che ti fanno, lì lì sul momento, la registrazione delle impronte digitali in un gentile marchingegno che “nemmeno serve l’inchiostro sulle dita”. Proprio come in un parco divertimenti, poi, il momento di maggior meraviglia è quello di cui ci si approfitta per catturare un primo piano con una fotocamera che non sei neanche stato in grado di captare tanto era evidente.

Tuttavia, è la sfera affettiva che permette ai giapponesi una prima, raffinata, presa di distanza.

Vediamo scritto davanti a noi, al nostro arrivo in aeroporto, un cartello scritto sia in inglese sia in lingua autoctona. La differenza dei due significati è abissale: おかえりなさい, rigorosamente scritto in alfabeto fonetico, accoglie i visitatori giapponesi nella capitale con “bentornati”, laddove agli stranieri è riservato un onnicomprensivo, quanto cortese, “benvenuti in Giappone”. Ciò che non torna, in tutto questo, è il processo di risemantizzazione contestuale in atto. Uno slittamento, attuato col comparare Tokyo a un ristretto ambiente  domestico piuttosto che a un aeroscalo internazionale intercalato nell’agglomerato urbano più popolato del mondo contemporaneo.

No, non stanno parlando davvero con voi.

Narita ospita quotidianamente voli nazionali – questi raggiungono il Tohoku, l’Hokkaido, Il Kyushu e così via – e non sarebbe per nulla strano se una persona di nazionalità giapponese vi giungesse per la prima volta per visitare la capitale. A questo punto, tuttavia, si troverebbe nella difficoltà (puramente speculativa) di come interpretare tale comunicazione. Rivolto a lui, infatti, non c’è nessun “benvenuto a Tokyo” [Questo scritto nell’impossibilità, nell’anno corrente, di verificare l’esistenza e nel qual caso le differenze di due separati ingressi per gli arrivi, uno nazionale e l’altro internazionale].

Seguendo quest’interpretazione, una locuzione finisce per farsi tropo dell’accettazione straniera nel territorio nipponico, un’allegoria dell’ospitalità, dell’accoglienza e dell’alterità proprio in quanto per sempre tale (non a caso, la cittadinanza in Giappone si acquisisce in modo praticamente esclusivo tramite ius sanguinis).

Nonostante la popolazione giapponese non agisce, solitamente, per principi assoluti, è anche vero che la tradizione culturale giapponese esige una condotta di vita pesante e rigorosa poiché ogni individuo è rappresentante a suo modo di un nucleo familiare, di una compagnia, di una nazione: ciò rende la mutualità delle relazioni nazionali una riaffermazione del sé sociale, una continua reificazione del sé giapponese. Viceversa, la quotidianità urbana e rurale (dalla quale Tokyo non si sottrae) tende sempre a distinguere lo straniero, il gaijin, dal giapponese “puro” mediante particolari ed espedienti come questo, solo a prima vista insignificanti.

Che poi va beh, a voi cosa ve ne frega. Ma è il primo post e qualcosa dovevo pur tirar fuori.

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9 Risposte

  1. qgina

    ma…ma…ma….non ti facevo tipo da blog, e invece eccoti! son contenta, vai!
    ora ti aggiungo tra i blog che seguo e ti lascio il link al mio: ebbene sì! ;-)
    ciao qgino!!!
    http://millecosenellatesta.blogspot.com/

    2011/04/29 alle 11:54 pm

  2. Tanto perché non sono pieno di cose da fare, no?

    ;)

    2011/04/29 alle 11:59 pm

  3. Difatti ho subito pensato a due arrivi diversi fra internazionali e nazionali.
    Nonostante questo il sospetto di ennesimo espediente è lecito :)

    Sarebbe interessante per la tesi capire se durante una cerimonia del tè in Giappone facciano delle differenze fra l’ospite gaijin e non…altra domanda per Monique!

    2011/04/30 alle 2:00 am

  4. changsoo

    イタリア語だから全然分からないじゃん!!!
    でも”お帰りなさい”だけは分かるね。lol

    나도 한국어로 쓸거야ㅋㅋㅋㅋㅋㅋㅋㅋ

    2011/04/30 alle 5:05 pm

  5. 내가 한국어로 쓰고 있어요

    2011/04/30 alle 8:01 pm

  6. Leo

    Grande Beppozzo,

    questo blog gasa un sacco!
    Mi raccomando tienici aggiornati.

    Un saluto

    PS Se non mi hai riconosciuto considera che mentre stavo leggendo pensavo:
    Va il Beppe, da Certaldo a Shinjuku-ku

    2011/05/03 alle 6:11 am

  7. il Tormento e l'Ecstasy

    Peppì! Quante parole difficili che stai a usà! Mamma mia che ragazzo studioso e intelligggente!!! :D

    2011/05/04 alle 12:31 am

  8. In fondo non sono altro che dei leghisti kawaii…
    Yo senpai, sono Lorenza! Oggi la sensei ci ha passato il link del tuo blog.

    2011/05/05 alle 11:37 pm

  9. Benvenuti kōhai, ordunque.

    2011/05/06 alle 4:58 pm

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